Fabbrica del Tempo


Quello che intendo schiarire, qui, è un aspetto, forse meno evidente del lavoro, meno immediato, ma non per questo secondario. Talvolta i libri hanno un valore simbolico, che sfugge alla prima lettura. Serve qualcosa in grado di

trascendere il dominio oggettivo della parola e scivolare negli spazi dell’emozione: può essere la visita ad una centrale, nel ventre della montagna, come un moderno alchimista. Ne nasce una sorta di lettura anagogica, catalizzata dall’emozione, che trasmette altro rispetto al senso ristretto della lettera. Dal testo traspaiono in controluce archetipi immemoriali all’opera che hanno “in-spirato” la vita degli uomini, la loro politica, la loro arte e le tecnologie. Come un sistema venoso l’acqua percorre il territorio e lo vivifica. Lo stesso fa l’energia elettrica, incanalata nelle condotte ad alta tensione, seppure ad altro livello, dando vita ad un mondo artificiale meccanico. Ma l’energia, nel pensiero greco, è anche la forza che spinge alla realizzazione di un fine, quasi a manifestare la necessità di un percorso, l’ineluttabilità del progredire. Accanto a questo abbozzo di simboli archetipici, acque, energia e lavoro rappresentano anche elementi storici che variamente mescolati, si ripresentano ciclicamente alla ribalta delle nostre narrazioni.
In Val Venosta l’acqua ha raffigurato molte cose tra cui lo scontro tra tecnologia e tradizione, progresso e conservazione, città e campagna. Qui non vi è stato un “continuum”, urbano-rurale, ma un “salto di specie”. 7000 operai hanno sventrato le montagne, deviato il fiume... inondato paesi. Decine di operai hanno perso la vita nelle galleria, sotto i crolli, nel gelo di inverni che oggi non esistono più. Centinaia di contadini sudtirolesi hanno perduto le loro radici e si sono raccolti intorno a tutto ciò che gli rimaneva: la fede religiosa. Il dio del progresso ha preteso le sue vittime, sempre innocenti... e le ha avute. Acqua, energia e lavoro racchiudono in sé un’immensa potenzialità di rappresentazione, ma anche di evocazione. L’acqua, origine della vita, può anche distruggerla, come il ronzio di mille api dei trasformatori, ambigue icone di vita e di morte. Ed il lavoro che cambiando il mondo eleva l’uomo al rango di costruttore esponendolo al rischio del delirio di onnipotenza che precede nella tragedia ogni caduta.
Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, cosa è rimasto di quello scontro epico tra archetipi. Forse solo la melanconia delle centrali, che continuano a ronzare isolate, tra lo sciabordare dell’acqua, la temperatura costante delle grotte, immense, e i silenzi della montagna. Moderne cattedrali nella roccia, dedicate ad un demiurgo fatto di rame ed acciaio, celebrate da sparuti tecnici che sembrano piuttosto eremiti, asceti elettromeccanici, sacerdoti di un culto scomparso. Può una centrale idroelettrica, sperduta tra le montagne, evocare la melanconia, come un’incisione di Dürer, un’opera di Böcklin... di De Chirico? Chiedetevelo voi stessi dinanzi al monumento che ricorda i caduti del lavoro, o davanti al campanile, lugubre come un cipresso che emerge dal Lago di Resia, davanti al quadro comandi della centrale, come un film di Lang, più vicino al disegno di un bambino che all’icona della tecnologia post-moderna innervata dai microprocessori e dal silicio.
Ora è forse il tempo per comprendere e per avvicinare le narrazioni dell’energia che hanno diviso per troppo tempo le genti che vivono in Alto Adige/Südtirol; ora che alla rabbia, allo sconforto è subentrata la melanconia ed è possibile guardare al passato, a quel passato, come un ingenuo film di fantascienza, dove i marziani sono sempre verdi e la luna viene colpita nell’occhio dal missile, troppo simile ad un fuoco d’artificio. Il futuro di quegli uomini, contadini ed operai, è stato diverso da come potevano immaginarselo e forse migliore.

di Ivan Dughera – La Fabbrica del Tempo

(Articolo pubblicato dal quotidiano Alto Adige, 4 luglio 2007)

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