La mancata tutela
Bolzano, 28.05.2022

Ci siamo di nuovo... un nuovo progettone, ma stavolta in città. Non sul dosso che annuncia la conca da lontano. Interessi contrapposti e lotte economiche stanno sottotraccia nelle proposte che emergono in questo periodo e si combattono sul terreno della città. Chi avrebbe mai detto che sarebbe arrivata la proposta di demolire parte del palazzo che tutti i cittadini di Bolzano hanno sempre visto andando “in città” e che in buona parte hanno anche frequentato, con la Biblioteca Civica fin dall’origine pensata al suo interno e con il Bar Nazionale sotto il porticato. Un salottino buono. E invece è un sedime da sacrificare per una nuova opera di grande impatto, un cubo – qui non sarebbe una novità per Bolzano – contornato da un bosco urbano, l’ossimoro vincente dello studio di architettura di Renzo Piano. Non stiamo a discutere ora delle lobby dei commercianti, dei costruttori, dei progetti meno riusciti di Piano, che ha comunque realizzato dei grandi musei che si fondevano col paesaggio. Qui invece sfonda il paesaggio. Una sintesi l’ha espressa l’architetto Rudi Zancan su Facebook, criticando – oltre alla mancanza di concorsi e quindi di più voci creative, il previsto asse parallelo a fianco dell’esistente Ponte-Portici-Catinaccio, che resta privo di senso nel contesto. Troviamo però interessante che si sia sviluppato un dibattito, da semplicistiche frasi di chi dice che non gli è mai piaciuto quel palazzo, a più interessanti e articolati testi sui social e sui mezzi di informazione. Noi vorremmo partire da una frase attribuita al Sindaco, come riportata sulla stampa: “del resto se non è sotto tutela un motivo ci sarà”. Magari anche più di uno. Se si va a vedere un link della Soprintendenza provinciale ai beni culturali, il monument browser (https://www.provincia.bz.it/arte-cultura/beni-culturali/monumentbrowser-ricerca.asp), che accoglie gli edifici che in base al loro interesse storico-artistico sono stati vincolati, vedrà che sono rarissimi gli edifici costruiti dal 1930 in poi. Manca di fatto tutta la cosiddetta Bolzano nuova, sia come edifici pubblici che come edilizia privata. Ci sono poco più di una dozzina di edifici vincolati, tra cui tre chiese, il cimitero, l’Alumix, le case Incis di via Carducci. Ma nulla in relazione all’importanza – anche se vista criticamente – che ha avuto questo secolo per lo sviluppo della città come tutti la conosciamo oggi. Del Razionalismo o Modernismo o stile internazionale ne abbiamo tre, a fronte di uno sviluppo edilizio notevole e alla novità di quello stile a partire dalla fine degli anni Venti. Tre importanti, ovviamente: il Lido, l’ex GIL, ma sacrificando il porticato di ingresso, la sede centrale della Cassa di Risparmio, esempio di travestimento razionalista. Nessun edificio privato di quest’epoca, nessun insieme articolato. Quindi uno dei motivi per cui l’edificio in questione non è sotto tutela può essere che nessuno dei suoi coetanei lo è. Potrebbe, ma non lo è. Lo sviluppo della tutela dappertutto si sta facendo strada anche nel Novecento, fino a edifici degli anni Sessanta e oltre. Indubbiamente qui da noi c’è un certo ritardo, per il quale è arduo non intravvedere anche ragioni storiche specifiche più pesanti che altrove, dove l’ostracismo è invece in fase di rapido superamento. Nessun insieme è tutelato secondo il codice dei beni culturali, sussiste a Bolzano invece la cosiddetta tutela degli insiemi, che pone limiti alle trasformazioni, ma non sempre garantisce il mantenimento degli edifici o la loro integrità, privilegiando aspetti complessivi dell’insieme. Ma nel caso di insiemi o di singole costruzioni si tratta spesso di opere aventi se non un valore artistico in sé, un valore storico come testimonianze della storia delle istituzioni collettive, che esprimono un collegamento con significati importanti per il cittadino. Un vincolo sarebbe quindi possibile e in molti casi necessario e auspicabile, i beni in questione possono rientrare nelle casistiche del codice. Bisogna però prendere l’iniziativa. Se non da parte degli uffici, allora una richiesta da parte dell’ente territoriale interessato, cioè il Comune. Ma finora, per esempio, nessuno degli edifici del complesso corso Libertà – piazza Vittoria – piazza Mazzini – corso Italia gode di tutela, salvo la chiesa di Cristo Re (ma non le pertinenze, evidentemente). E l’opera forse più interessante, il cinema Corso di Armando Ronca, se n’è andato negli anni Ottanta per mano dello stesso imprenditore che oggi propone il nuovo museo. E riprendendo ancora, fra le tante osservazioni, l’architetto Zancan, ora come allora l'inserimento del nuovo è del tutto indifferente al tessuto urbano storico dove si colloca. Peggio di allora, comunque, sarà difficile fare.
Le parole e la realtà
Il filosofo Richard Rorty, poco conosciuto dagli storici ma molto dibattuto da coloro che si interessano di epistemologia, sostiene che non è vero che le parole siano soltanto un guscio vuoto che serve ad indicare la realtà: è vero invece il contrario, sono le parole che creano il reale, in special modo quando si tratta di esperienze della società umana. Mai come in questo autunno in Alto Adige si sta sperimentando quanto questo sia vero: la realtà è plasmata dalle parole. Nazione, Heimat, fascismo, etnia, sono solo alcuni dei concetti, vecchi e ormai stanchi da mille e più abusi che sono stati commessi nei loro confronti, che affiorano e pervadono la vita normale di noi cittadini, e la cambiano senza aver chiesto il nostro permesso.
Più dell'economia, le parole riescono a cambiare l'atteggiamento delle persone, i rapporti reciproci, gli equilibri di potere. Si è visto alle ultime elezioni provinciali, dove i partiti che maggiormente hanno insistito sulle parole d'ordine Heimat, nazione, etnia, hanno ottenuto un buon successo elettorale, iniziando poi immediatamente dopo a presentare il conto, per esempio con la richiesta di rivedere la collocazione dei cosiddetti 'relitti fascisti', e creando una nuova realtà di diffidenza reciproca tra le persone, che si manifesta negli odiosi episodi delle ultime settimane.
Si colgono facili vittorie lanciando le parole d'ordine giuste. Dalla fine del Settecento, quelle che maggiormente riescono a modificare il mondo sono quelle attinenti al concetto di nazione. Sono tutte parole inventate, o profondamente trasformate, come sanno gli storici: prima di allora erano in gestazione presso gli illuministi, o qualche altro intellettuale. Siamo nel 2008, non cambia nulla, sono sempre queste le parole che cambiano il mondo, anche fuori dall'Alto Adige. Ora però ne compaiono altre di corollario: per esempio museo. È in grado questa parola di modificare la realtà? Ha meno forza di 'sangue', 'terra', 'Heimat', 'nazione', però qualche possibilità ce l'ha. Anche un concetto apparentemente innocuo come 'museo' è tornato a creare il nostro mondo, La Fabbrica del Tempo già lo aveva evidenziato con un dibattito (e una pubblicazione) alcuni anni fa. Il museo non è solo il luogo della memoria: è invece un modo cosciente di creare il presente attraverso l'uso strumentale del passato. Intendiamoci: questo non è un giudizio di merito, ma una constatazione di fatto di cui dobbiamo essere consapevoli per affrontare il dibattito di questi giorni sui cosiddetti 'relitti fascisti'. Nella speranza che, un giorno, saremo maturi per modificare la realtà con parole nuove, fresche e non abusate e fruste.
Marco Fontana
La Fabbrica del Tempo
Rispetto per tutti
Nel grande puzzle della Storia ogni dettaglio è importante. Lo sono una data, un nome o, come nel caso che segnaliamo, anche un’immagine. Nel numero di marzo 2008 della rivista “Provincia Autonoma” l’articolo intitolato “Per tornare in Sudtirolo” ricorda il 60° anniversario dell’emanazione del decreto con il quale si restituiva la cittadinanza italiana a tutti i sudtirolesi che nel 1939 avevano optato per la Germania. Il testo sottolinea con grande correttezza l’importanza dell’evento; si riscontra invece una decisa incongruenza nella foto che correda il pezzo. Il testo fa ritenere che la foto – un gruppo di persone davanti a un convoglio in sosta – ritragga appunto un gruppo di optanti sudtirolesi al ritorno in patria.
Le centrali idroelettriche come affascinanti archetipi che ti cambiano la vita
La settimana scorsa, a Bolzano, a Silandro e poi a Merano, la Fabbrica del Tempo ha presentato il suo nuovo lavoro: “I cantieri dell’energia 1946-1962. Impianti idroelettrici in Val Venosta e nelle Alpi centrali”. La SelEdison, attuale proprietaria delle centrali della Val Venosta, ha aperto alle visite la centrale di Castelbello. Ora il libro è a disposizione degli studiosi, dei giornalisti e dei lettori. Un lavoro faticoso, senza dubbio, sorretto da un’ impostazione scientifica, che allo stesso tempo non ha comportato la rinuncia alla leggibilità, alla capacità di comunicare ai non specialisti. Il tempo e la dottrina dei critici sapranno valutare il lavoro nel suo complesso.