La politica della memoria - Musei e beni culturali in Alto Adige
Politik der Erinnerung - Museen und Kulturgüter in Südtirol


Convegno organizzato da La Fabbrica del Tempo a Bolzano nei giorni 22-23-24.11.2002 e 30.11-01.12.2001 presso la Sala Josef della Casa Kolping

Nel corso dei lavori si è palesata anzitutto una questione di fondo: agli investimenti economici per garantire la conservazione del nostro patrimonio storico-artistico-architettonico sembra non corrispondere uno sforzo altrettanto sistematico per garantirne l’opportuna valorizzazione e la fruibilità da parte del pubblico dei concittadini e dei turisti. È infatti troppo frequente il caso di edifici che, pur avendo ottenuto contributi pubblici per il proprio restauro, rimangono totalmente inaccessibili anche per quanto attiene ai soli cortili esterni, mentre risultano altresì numerosi i palazzi d’elevato pregio artistico, i cicli d’affreschi o ancora gli interni delle chiese che finiscono per poter essere visitati quasi solo dagli addetti ai lavori. Allo stesso modo non è purtroppo insolita la mancanza di qualsivoglia informazione circa possibili modalità ed orari di visita. Proprio per ovviare in parte a queste situazioni, in paesi a noi vicini - Svizzera, Austria e Germania - si svolgono con regolarità le cosiddette “Giornate del patrimonio culturale” a cura delle locali Soprintendenze, con apertura al pubblico di numerosi beni culturali diversamente inaccessibili. Non è di certo possibile ipotizzare che la Soprintendenza bolzanina - responsabile ai sensi della legge 1089 / 1939 della tutela di un numero di edifici alquanto superiore rispetto a quello di molte altre province e regioni italiane - possa assumersi senza problemi anche questo ulteriore compito: trattandosi di uno sforzo divulgativo e non precipuamente conservativo, ad un maggior impegno in tal senso andrebbero piuttosto chiamate, in un’azione ovviamente coordinata, le Ripartizioni provinciali preposte alla promozione culturale ed al turismo, le singole Amministrazioni locali e le Associazioni turistiche.

Nel corso del convegno s’è ripetutamente avanzata una ulteriore considerazione: nell’ampio spettro delle costruzioni sottoposte a tutela in Alto Adige ai sensi della legge 1089 / 1939 esistono attualmente delle tipologie piuttosto trascurate o addirittura del tutto assenti, soprattutto se ne valutiamo la pertinenza alla luce delle più recenti ed acquisite definizioni di bene culturale: “testimonianza materiale avente valore di civiltà”. Ci stiamo riferendo, ad esempio, alle strutture legate al tema della tecnica, agli impianti tecnico-industriali, alle strutture connesse al trasporto viario (strade, ponti, ferrovie ed impianti ferroviari, ma anche sentieri storici) o alla fluitazione del legname, ai sistemi di trasporto e conservazione dell’acqua irrigua e potabile (acquedotti, fontane, Tschötten, Waalwege, Waalhütten ecc.), ai troppi mulini in stato di completo abbandono presenti in molti comuni altoatesini, alle
numerosissime piccole calchere, al sistema degli alpeggi in alta quota, ai rifugi alpini ecc. Lo stesso problema si riscontra, più in generale, nel caso dell’articolatissima rete dei cosiddetti Kleindenkmäler, alquanto importanti per definire le microidentità o le identità regionali ed affidati per ora praticamente solo all’attenzione ed alla cura delle popolazioni residenti ma spesso destinati a scomparire di fronte al veloce sviluppo turistico ed urbanistico di numerosi paesi periferici. Crediamo che su queste tipologie di beni culturali sarebbero fortemente auspicabili segnali un po’ più coraggiosi da parte degli organi preposti alla tutela e soprattutto da parte della Giunta provinciale: come già avvenuto in casi simili, tali segnali otterrebbero probabilmente l’ulteriore effetto di incrementare l’attenzione vigile da parte delle singole Amministrazioni comunali. In merito alle tipologie parzialmente trascurate andrebbe inoltre osservato come le nuove definizioni di bene culturale imporrebbero anche una modifica della tradizionale valutazione storico-artistico-estetica: andrebbero cioè valutati con grande attenzione pure gli aspetti tecnico-scientifici, quelli della storia del costume e le connessioni con le microrealtà locali.

Un’attenzione vigile appare sempre più urgente anche nel caso dei cosiddetti “locali storici”, la cui conservazione dipende troppo spesso dalla sola sensibilità del proprietario, sempre più di frequente un’impresa di grosse dimensioni e di scarso radicamento locale. Andrebbero cioè ricercate con pervicacia delle normative di tutela, ad esempio nella direzione suggerita dalla regione Piemonte con la legge n. 34 / 1995 a tutela e valorizzazione degli “esercizi commerciali aperti al pubblico che hanno valore storico, artistico, ambientale o che costituiscono testimonianza storico-culturale e tradizionale”. Oppure ricercando accordi innovativi e lungimiranti tra Amministrazioni ed associazioni di categoria, come peraltro sembra profilarsi nel caso di una parte del centro storico bolzanino. A questo proposito andrebbe forse ricordato come “locali storici” possano ormai definirsi numerosi esercizi commerciali siti anche al di fuori dei nuclei più antichi delle città: poiché per meritare tale definizione un esercizio non deve per forza avere alle spalle quattrocento anni di storia, sarebbe oltremodo interessante elencare, nel caso concreto di Bolzano, quanti esercizi commerciali novecenteschi ma di rilevante importanza identitaria esitano nella parte sud-occidentale della città.
Con quest’ultima osservazione si introduce il tema ineludibile della contemporaneità, purtroppo anch’esso scarsamente presente fra gli oltre 4500 edifici sottoposti alla sopradescritta tutela: particolarmente trascurato appare senz’altro il tema del lavoro operaio, anche quello ottocentesco, soprattutto se si considera la parallela tutela di oltre tremila strutture espressione del mondo rurale, ecclesiastico e della religiosità popolare: aspetti di certo importantissimi ma, com’è evidente, non per questo esaustivi dell’intera complessità regionale.
Va inoltre osservato come tale scarsa attenzione per la contemporaneità appaia decisamente eccentrica di fronte alle realtà straniere, in particolare della Germania meridionale: nella regione della Saar, ad esempio, il numero di edifici novecenteschi sottoposti a tutela risulta alquanto elevato e comprende numerosi esempi anche degli anni Cinquanta. Così è anche per il Baden-Württemberg, dove il Denkmalverzeichnis comprende parecchi edifici risalenti anche solo a quarant’anni fa e dove nella rivista della Soprintendenza regionale ci si pone ripetutamente la questione di come garantire una efficace tutela delle strutture più recenti.
Passando alla vicina Baviera, regione non priva di una forte identità rurale e per questo motivo osservatorio alquanto interessante, ci sembra utile riportare a mo’ di esempio un testo recentemente diffuso dal locale Landesdenkmalamt: “Denkmäler aus neuerer Zeit haben bisher keinen angemessenen Stellenwert in der bayerischen Denkmalpflege, obwohl sie gerade wegen dieser Mißachtung als Denkmalgattung mehr gefährdet sind als Denkmäler früherer Epochen. 1973 konnte man sich noch darauf berufen, daß Sachen nur dann aus einer “vergangenen Zeit” stammen konnten, wenn sie mehr als fünfzig Jahre alt waren. Die Siedlungen der 20er Jahre wie die trotz ihrer geschichtlichen Bedeutung und damit verbundenen Unverzichtbarkeit in der Denkmalliste zögerlich behandelten Hinterlassenschaften der 30er Jahre glaubte man damit elegant umgehen zu können. Die Zeit ist fortgeschritten und Bayern wird heute zu tun haben, Versäumtes nicht nur hinsichtlich der Bauten der 50er Jahre nachzuholen. Die 60er Jahre warten bereits.”

Anche le giornate dedicate ai musei hanno permesso agli studiosi di confrontarsi diffusamente sulle tematiche di pertinenza. È stata da più parti sollevata, ad esempio, la questione della qualità della ricerca scientifica all’interno delle numerosissime strutture museali locali. Ne è emerso un quadro talvolta contraddittorio: non solo i musei locali fanno abitualmente poca ricerca scientifica ma - è stato sottolineato - addirittura gli stessi musei provinciali destinano a questo aspetto cifre assolutamente marginali rispetto ad altre voci, ad esempio alle spese di allestimento e di rappresentanza. Alle consistenti attività espositive, insomma, pare non corrispondere sempre un adeguato impegno di ricerca puntuale ed innovativa, cosa che appare peraltro in contraddizione con le indicazioni internazionali sugli standard museali.

Particolare vivacità di dibattito ha suscitato in questo contesto il tema dei musei civici della nostra provincia. Fra i più antichi musei altoatesini, essi si trovano ora indistintamente in una crisi che è innanzitutto di identità. Il sorgere nel breve volgere di ultimi anni di numerosissime istituzioni museali locali, il veloce affermarsi delle strutture gestite dall’Amministrazione provinciale, le difficoltà di bilancio delle Amministrazioni cittadine e la necessità di ritagliarsi un ruolo inedito impongono con urgenza nuove strategie. I responsabili di tali strutture, presenti numerosi al dibattito, hanno evidenziato ipotesi di lavoro e soluzioni diverse fra loro ma hanno tutti sottolineato l’importanza di dare vita in prospettiva ad un più forte lavoro di sinergia e di economia di scala fra musei civici. È stata fra l’altro avanzata la proposta, che qui riprendiamo e rilanciamo, di una maggiore collaborazione su alcuni aspetti concreti: mostre, standard d’inventariazione, attività di ricerca e pubblicazioni in comune.
All’intero convegno ha fatto sempre da quinta il tema degli sponsor privati, il cui ruolo, nello specifico della tutela dei beni culturali e della gestione dei musei, appare da noi assai più marginale di quanto non avvenga altrove. Le collaborazioni con i soggetti privati e con gli sponsor - il cui ruolo sembra destinato ad incrementarsi negli anni a venire anche alla luce dei prevedibili minori investimenti pubblici - rappresentano un importante testimonianza dell’accresciuta responsabilità sociale da parte dell’economia privata. Se si riuscirà poi a mantenere distinti i compiti e le funzioni del museo e degli sponsor, tale collaborazione potrebbe rivelare un’ulteriore vantaggio: nella realtà un po’ monotona e centralizzata della museologia locale ciò potrebbe divenire occasione di maggiore libertà ed indipendenza per le idee e per la ricerca scientifica.